Ignazio Perez

Saturday, November 01, 2008

Una Giornata Perfetta...

11-18 gennaio 2009, Vienna e Berlino.

Questa è la vacanza che abbiamo scelto per questo inverno io, Ettore e Giuseppe, un collega di Ettore in capitaneria di porto a Sciacca.

Non conoscevo ancora questo Giuseppe, quindi mi sembrava giusto conoscerlo prima della partenza: e così è stato. Domenica scorsa (26-10-08), cogliendo l’occasione di essere tutti e tre liberi, abbiamo organizzato un bel pranzo fuori, più precisamente in un agriturismo di Aragona, in provincia di Agrigento.

Verso le 11.30 ci partiamo da Mazara io ed Ettore, direzione Sciacca, appunto per prendere Giuseppe che verrà con noi. Ci presentiamo e continuiamo la nostra strada verso Aragona.

Arriviamo e subito ci rendiamo conto che siamo capitati nel posto giusto, quello che noi cercavamo: un bel agriturismo immerso nelle campagne, in una zona molto tranquilla e in un ambiente molto ospitale ed accogliente.

Ci accomodiamo nel tavolo a noi riservato e poco dopo cominciano a servire le pietanza, tutte rigorosamente a base di prodotti campagnoli: si comincia con antipasti misti di verdure, caponate, crostate salate, formaggi e altro ancora; si continua con i primi, risotto agli asparagi e ravioli di ricotta e spinaci con ragù e pistacchio; una bella grigliata mista di carne come secondo; un po’ di frutta e per finire in bellezza un bel crostino croccante con ripieno di morbida crema di ricotta. Ovviamente tutto suggellato alla fine da un amaro Averna.

Finito il pasto cogliamo l’occasione per fare qualche foto al paesaggio e continuiamo la nostra giornata dirigendoci verso Agrigento per visitare uno dei posti più incantevoli e affascinanti al mondo: la Valle dei Templi.

Paghiamo il biglietto, valido per un anno, ed entriamo nel parco: uno spettacolo molto affascinate si prospetta di fronte a noi, a cui molti di voi che leggeranno questo commento magari hanno già assistito. Io era la prima volta che li vedevo, e così anche Giuseppe. Una passeggiata nella storia lunga più di 2000 anni (la datazione dei templi risale infatti a circa il 400-500 a.C.), tra templi millenari e meraviglie della natura, tra paesaggi unici e panorami mozzafiato. Anni e anni di storia ci separano da chi ha vissuto attivamente quei posti, riviverli oggi è veramente un qual’cosa di unico, che ci fa riscoprire quanto grandi sono state le civiltà che ci hanno preceduto, quanto importante è la storia che ci hanno lasciato. Il parco ha ottenuto dall’UNESCO il conferimento di Patrimonio Mondiale dell’Umanità, io dico che merita in pieno questo titolo.

Lasciamo il parco e proseguiamo la strada per tornare a Sciacca, dove lascerò Ettore e Giuseppe in capitaneria di porto non prima, però, di finire la serata in un bar di Sciacca. Entriamo trovando subito un ambiente soft ed elegante, oltre che una cameriera molto interessante, e ordiniamo tre belle coppe di gelato con frutta e panna montata: veramente eccezionale.

Dopo aver concluso la giornata in bellezza, ci salutiamo e, considerato l’esito molto positivo della giornata appena conclusa, ci diamo appuntamento ad una prossima Domenica insieme, magari alla ricerca di un altro bel luogo da scoprire.

È questo quello che mi piace fare, e in questo caso ci piace fare: vivere con tranquillità le cose belle che la natura ci offre, cercare in queste la semplicità per poi renderle uniche, imprimerle nella nostra mente tra i ricordi sparsi nei vari cassettini della memoria e portarle con noi per tutta la vita.

Per quanto riguarda Giuseppe posso dire che mi sono trovato veramente bene; la compagnia giusta per una vacanza. E credo proprio che sarà una bella vacanza.

A presto...

Wednesday, July 09, 2008

La magia di un momento, racchiusa in una musica piena di speranza...

Quando seppi che il Maestro Muti doveva venire nella mia città quasi non ci credevo. Mi sono precipitato di corsa a comprare il biglietto. Non vedevo l’ora che arrivasse il giorno, e il giorno finalmente è arrivato.

Lunedì 7 luglio 2008, in un arena appositamente allestita nel Piazzale G.B. Quinci, a ridosso del Porto Canale, rinominata “Arena del Mediterraneo” per l’occasione era già tutto pronto affinché il Maestro Muti dirigesse l’orchestra e il coro del Maggio Musicale Fiorentino.

Già alle 20.00 ero pronto e, a piedi, mi dirigo nel luogo dell’evento. Passano da poco le 20.30 ed ecco aprirsi i varchi per entrare in platea. Poco a poco tutta l’arena si riempie, ci saranno state almeno 5000 persone. L’orchestra comincia a prendere posto seguita dal coro, almeno duecento tra coristi e musicisti, veramente una grande cosa… Arriva il Vescovo, Monsignor Domenico Mogavero per un breve saluto, personalità che fortemente ha voluto, assieme a tutta la Diocesi di Mazara del Vallo, questo evento nella nostra città. Subito dopo arriva il Maestro Muti, parte l’applauso. Un breve momento di silenzio, poi le mani si alzano nell’aria ed ecco la musica prendere forma. Prima lo Stabat Mater di Giuseppe Verdi, poi il Te Deum sempre di Giuseppe Verdi, entrambi questi due brani tratti dai Quattro Pezzi Sacri del noto compositore italiano. Subito dopo lo Stabat Mater di Gioacchino Rossini, affresco drammatico del compositore pesarese. Musica Sacra quella scelta dal Maestro Riccardo Muti per l’edizione 2008 de “Le Vie dell’Amicizia”, iniziativa lanciata dal Ravenna Festival e che dal 1997 fa tappa nelle più importanti arene e teatri di tutto il Mediterraneo e non solo: Sarajevo 1997, Beirut 1998, Gerusalemme 1999, Mosca 2000, Erevan 2001, Istanbul 2001, New York 2002, Il Cairo 2003, Damasco 2004, El Djem 2005, Meknès 2006, Concerto al Quirinale per il Libano 2007.

Una serata unica, una emozione fortissima, trasmessa dalla potenza di una musica secolare. Un momento di magia e di speranza che tocca la Nostra Terra ed il “Mare Nostrum”.

A molti che leggeranno questo commento potrà sembrare un’esagerazione, ma quella sera è stata una serata veramente storica per la città di Mazara del Vallo. Quando mai potrà capitare nuovamente che eventi del genere si verifichino nella mia città? Mazara del Vallo è una bellissima città, che offre tanto in termini di turismo, divertimenti, buona tavola, storia, ma che molto di più potrebbe offrire, soprattutto e principalmente in ambito culturale… Ecco, questo è proprio quello che manca alla nostra città: una forte impronta culturale. Il concerto del Maestro Muti rappresenta il massimo della cultura che una città può vantare. Per questo quasi non ci credevo e anche per questo dico che è stata una serata storica.

Mi auguro proprio che questo concerto rappresenti un cammino che la nostra città ha intrapreso grazie anche alla Diocesi, e che non sia un semplice “mordi e fuggi”, perché a questo ci siamo abituati… Forse si comincia a respirare una nuova aria nella nostra città! Me lo auguro per tutti noi…

Saturday, June 28, 2008

Panino Party... Che serata!

Erano da poco passate le otto di sera quando Ettore è passato da casa mia. Avevo appena spento il computer, c’eravamo messi d’accordo su messenger per il “Panino Party”. Con Ettore mi avvio verso Porta Palermo, dove ad aspettarci ci sono gli Amici Daniele, Emanuele e Sansone. Si comincia a respirare aria di Amicizia.

Il Panino Party, già da qualche anno, è diventato un appuntamento immancabile, quasi un’istituzione. Spesso succede che si fa, ed ogni volta esce fuori sempre una bella serata. Ma ieri sera ci siamo superati.

Tutti insieme ci avviamo per andare “Al Company”, una paninoteca della nostra città le cui prelibatezze sono conosciute oltre i confini della nostra terra. Ci accomodiamo e la prima cosa a cui pensiamo è il panino da scegliere: la scelta cade sul “Panino Donatelli”, un ibrido tra un panino già presente nel menu con aggiunta di ulteriori ingredienti a scelta dello stesso Donatelli (ovvero l’Amico Daniele). Prima del panino, però, non può mancare il misto fritto gigante di patatine, crocchette, panelle, mozzarelline ed olive all’ascolana. Aspettiamo solo poco minuti ed ecco arrivare per primo il misto fritto: non ci accorgiamo nemmeno che dopo pochi minuti era già finito. Subito dopo arrivano i panini. Già dall’aspetto ci rendiamo conto che difficilmente digeriremo quel panino. Tra un morso dopo l’altro e sorsi di Coca Cola passano i minuti, il panino finisce e noi siamo più che appagati: forse quel panino ci avrà tolto qualche ora di vita, ma ne è valsa la pena.

All’uscita, non senza urti da parte di qualcuno, decidiamo di fare una bella passeggiata nella nostra Mazara del Vallo: via Porta Palermo, cuore arabo nel centro della città, piazza della Repubblica immersa nei suoi splendidi palazzi, corso Umberto I e via Vittorio Veneto, le strade dello shopping mazarese. Una bella passeggiata tra urti, scherzi, battute e discorsi vari, ma soprattutto una bella passeggiata digestiva. Ovviamente a fine pasto non può mancare il caffè, quindi tutti insieme decidiamo di andare al “Kikis”, un chiosco estivo sul lungomare San Vito. Al Kikis vediamo il calcio balilla, meglio conosciuto da noi come “zufuletto”. Quindi dopo il caffè ci facciamo una bella partita: io con Emanuele contro Daniele e Sansone, Ettore è rimasto fuori. Nove palline che portano alla vittoria me ed Emanuele: tutti gli anni passati dallo “Zu Turi” sono serviti per allenarci in questo. Sempre sul lungomare San Vito non abbiamo potuto fare altro che notare le giostre. Quasi quasi…

Quasi quasi ci fermiamo: è qui continua il divertimento. Dopo un giro all’interno delle giostre tra i tanti giochi che ci attiravano abbiamo scelto gli autoscontri. Saranno stati almeno dieci anni che non ci salivo. L’emozione è troppa, tanta la voglia di divertirsi. Compriamo i gettoni, scegliamo le macchine, ognuno di noi con la propria, tranne io che ero con Emanuele. Suona la campanella. Il gioco comincia e comincia il divertimento. Su quella pista non si capisce più niente: tra uno scontro e l’altro e proprio il caso di dire “mi urto, ti urti, mi urti, ti urto…”. Ognuno va in contro all’altro, ad ogni colpo parte una risata e ad ogni risata segue un altro urto. Tra scontri e risate, tra un urto e l’altro finisce la partita, e noi per un attimo siamo ritornati bambini… Ma non finisce mica qui: infatti gli amici Daniele, Ettore e Sansone si sfidano al tiro al bersaglio con il fucile. Vince Ettore con più bersagli colpiti. Ma non importa perché tanto è un gioco. Ieri sera a vincere è stata solo l’Amicizia.

La serata non può che finire da Cesare, al “Mojito”, una piccola enoteca divenuta ormai nostro punto di riferimento. Li ad aspettarci ci sono altri Amici. E ancora tra una birra e l’altra, tra una risata ed una discussione finisce la serata. E che serata…

In fondo basta veramente poco: un bel gruppo di Amici e tanta voglia di divertimento. Difficilmente una serata di questa riuscirebbe se programmata, ma sicuramente un gruppo di Amici come il nostro riuscirà a trascorrere tante altre serate come questa, all’insegna dello stesso divertimento e con la forza della nostra stessa Amicizia…

Mazara del Vallo, 27 giugno 2008

Ignazio Perez

Monday, April 07, 2008

Veltroni = Prodi

oggi vorrei portare la vostra attenzione su una questione poco approfondita in campagna elettorale ma secondo me di grande importanza per tutti gli italiani che si accingono ad andare al voto.

Siamo arrivati all’ultima settimana di campagna elettorale ed il signor Walter Veltroni, segretario nazionale del Partito Democratico e candidato premier per il PD, non si è degnato una sola volta di nominare il suo Presidente: Romano Prodi. Ebbene si, ho detto proprio il suo Presidente…

Molti, infatti, non sanno che il Presidente del Partito Democratico è proprio Romano Prodi.

Il Partito Democratico oggi è già al Governo del nostro Paese. Il 50 per cento dell’attuale Governo in carica è attualmente formato da Ministri, Vice Ministri, Sottosegretari e Dirigenti appartenenti al Partito Democratico… Vi chiederete “ma il PD è nato dopo le elezioni?” Vero! Ma è nato dall’unione di due partiti già esistenti: la Margherita ed i Democratici di Sinistra… Partiti già al Governo.

In quasi due mesi di campagna elettorale non solo il signor Veltroni non ha mai nominato una volta Romano Prodi (ripeto: il suo Presidente), ma non ha nemmeno fatto apparire una sola volta Romano Prodi al suo fianco e peggio ancora NON L’HANNO CANDIDATO!

NON è VERO CHE ROMANO PRODI NON HA VOLUTO CANDIDARSI AL PARLAMENTO NAZIONALE, SEMPLICEMENTE NON HA POTUTO…

Non ha potuto non solo perché non avrebbe preso un solo voto a livello personale, ma avrebbe addirittura fatto perdere tanti, tantissimi voti al Partito Democratico su livello nazionale.

Oggi Romano Prodi, Presidente del Partito Democratico, è il Politico più impopolare d’Italia. Oggi questo Governo, formato anche da politici del Partito Democratico, è il più impopolare della nostra storia repubblicana. Candidare Romano Prodi sarebbe significato per il Partito Democratico perdere milioni di voti.

Non solo Walter Veltroni non candida, non nomina, non fa apparire Romano Prodi, ma addirittura viene a dirci “Noi rappresentiamo il nuovo”… Mi dispiace ma non è così! I fatti, non le parole, mi danno ragione…

Valutate bene cosa il Partito Democratico ha fatto fino ad oggi in questi due anni di Governo: se pensate abbia fatto bene allora votatelo, ma se pensate che non abbia fatto nulla allora date il vostro voto per il vero cambiamento!

La sinistra, questa sinistra che oggi è al Governo, questo Governo di cui fa parte anche il Partito Democratico, ha messo l’Italia in ginocchio…

Rialzati Italia!

Wednesday, February 06, 2008

E' Ufficiale: SI VOTA!


ECCOVI LA DICHIARAZIONE UFFICIALE DELLO SCIOGLIMENTO DELLE CAMERE DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA GIORGIO NAPOLITANO

NELLA FOTO IN ALTO
Palazzo del Quirinale, 06-02-2008
Il Presidente Giorgio Napolitano nel suo studio alla Vetrata mentre firma il Decreto di scioglimento delle Camere, presente anche il Presidente del Consiglio Romano Prodi per la controfirma del Decreto.

"La decisione di sciogliere le Camere - sentiti i loro Presidenti - è divenuta obbligata, visto l'esito negativo degli sforzi che ho doverosamente compiuto nella convinzione che elezioni così fortemente anticipate costituiscano un'anomalia rispetto al normale succedersi delle legislature parlamentari, non senza conseguenze sulla governabilità del paese.
La decisione cui sono giunto - avendola ponderata al di fuori di qualsiasi condizionamento - è in effetti scaturita dal succedersi di avvenimenti ben noti a tutti. Dapprima, il venir meno della fiducia al governo con il voto del 24 gennaio scorso in Senato, e poi l'accertata impossibilità di dar vita a una maggioranza che concordasse in particolare sull'approvazione in tempi brevi di una riforma della legge elettorale. L'incarico che avevo conferito in tal senso al Presidente Marini non è stato purtroppo coronato da successo, come egli stesso mi ha puntualmente riferito a conclusione di molteplici incontri condotti con un impegno e uno scrupolo, riconosciutigli da ogni parte, per i quali desidero pubblicamente ringraziarlo.
Già nel febbraio dello scorso anno - rinviando in Parlamento il governo dimissionario - avevo ricavato dalle consultazioni da me svolte la "necessità prioritaria di una modificazione del sistema elettorale vigente". Ma nelle discussioni che su tale materia sono da allora seguite - anche e soprattutto in sede parlamentare - hanno a lungo negativamente pesato incertezze e divisioni tra le forze politiche. Si era tuttavia giunti nelle ultime settimane sulla soglia di una possibile conclusione : di qui il mio auspicio ed appello, dopo le dimissioni del governo Prodi, perché si definisse quella riforma come primo passo verso una più complessiva revisione delle regole della competizione politica e del funzionamento delle istituzioni. E di qui, oggi, il mio rammarico per dover chiamare nuovamente gli elettori alle urne, senza che quella riforma sia stata approvata.
Ho sempre e solo avuto di mira l'interesse comune ad una maggiore linearità, stabilità ed efficienza del sistema politico-istituzionale. Il dialogo su questi temi - ora interrottosi - resta un'esigenza ineludibile per il futuro del paese. Mi auguro perciò che la prossima campagna elettorale si svolga in un clima rispondente a quell'esigenza, da molti ribadita anche in questi giorni. E' il momento, per tutte le forze politiche, di dar prova del senso di responsabilità richiesto dalle complesse prove cui l'Italia è chiamata a far fronte".

Thursday, January 17, 2008

Discorso che il Papa avrebbe voluto argomentare all'Università di Roma "La Sapienza"

Dopo la censura subita dal Papa in merito al discorso che avrebbe voluto tenere all'Universita di Roma "La Sapienza" eccovi riproposto il testo completo.

Un discorso che parte da questa domanda: "Che cosa ha da fare o da dire il Papa nell’università?". Un discorso che si sviluppa attorno al concetto di ragione e quindi di ricerca della verità, e che termina con un monito: attenzione alla deriva positivista in cerca solo di una laicità distaccata dalle nostre radici, in quanto la ragione, intesa come coreggio della verità, a causa di questa deriva "non diventa più grande, ma più piccola", "non diventa più ragionevole e più pura, ma si scompone e si frantuma".

Eccovi riproposto il testo completo del Papa:

Magnifico Rettore,
Autorità politiche e civili,
Illustri docenti e personale tecnico amministrativo,
cari giovani studenti!
È per me motivo di profonda gioia incontrare la comunità della “Sapienza - Università di
Roma” in occasione della inaugurazione dell’anno accademico. Da secoli ormai questa
Università segna il cammino e la vita della città di Roma, facendo fruttare le migliori energie
intellettuali in ogni campo del sapere. Sia nel tempo in cui, dopo la fondazione voluta dal Papa
Bonifacio VIII, l’istituzione era alle dirette dipendenze dell’Autorità ecclesiastica, sia
successivamente quando lo Studium Urbis si è sviluppato come istituzione dello Stato italiano,
la vostra comunità accademica ha conservato un grande livello scientifico e culturale, che la
colloca tra le più prestigiose università del mondo. Da sempre la Chiesa di Roma guarda con
simpatia e ammirazione a questo centro universitario, riconoscendone l’impegno, talvolta arduo
e faticoso, della ricerca e della formazione delle nuove generazioni. Non sono mancati in questi
ultimi anni momenti significativi di collaborazione e di dialogo. Vorrei ricordare, in particolare,
l’Incontro mondiale dei Rettori in occasione del Giubileo delle Università, che ha visto la vostra
comunità farsi carico non solo dell’accoglienza e dell’organizzazione, ma soprattutto della
profetica e complessa proposta della elaborazione di un “nuovo umanesimo per il terzo
millennio”.
Mi è caro, in questa circostanza, esprimere la mia gratitudine per l’invito che mi è stato
rivolto a venire nella vostra università per tenervi una lezione. In questa prospettiva mi sono
posto innanzitutto la domanda: Che cosa può e deve dire un Papa in un’occasione come questa?
Nella mia lezione a Ratisbona ho parlato, sì, da Papa, ma soprattutto ho parlato nella veste del
già professore di quella mia università, cercando di collegare ricordi ed attualità. Nell’università
“Sapienza”, l’antica università di Roma, però, sono invitato proprio come Vescovo di Roma, e
perciò debbo parlare come tale. Certo, la “Sapienza” era un tempo l’università del Papa, ma oggi
è un’università laica con quell’autonomia che, in base al suo stesso concetto fondativo, ha fatto
sempre parte della natura di università, la quale deve essere legata esclusivamente all’autorità
della verità. Nella sua libertà da autorità politiche ed ecclesiastiche l’università trova la sua
funzione particolare, proprio anche per la società moderna, che ha bisogno di un’istituzione del
genere.
Ritorno alla mia domanda di partenza: Che cosa può e deve dire il Papa nell’incontro con
l’università della sua città? Riflettendo su questo interrogativo, mi è sembrato che esso ne
includesse due altri, la cui chiarificazione dovrebbe condurre da sé alla risposta. Bisogna, infatti,
chiedersi: Qual è la natura e la missione del Papato? E ancora: Qual è la natura e la missione
dell’università? Non vorrei in questa sede trattenere Voi e me in lunghe disquisizioni sulla natura
del Papato. Basti un breve accenno. Il Papa è anzitutto Vescovo di Roma e come tale, in virtù
della successione all’Apostolo Pietro, ha una responsabilità episcopale nei riguardi dell’intera
Chiesa cattolica. La parola “vescovo”–episkopos, che nel suo significato immediato rimanda a
“sorvegliante”, già nel Nuovo Testamento è stata fusa insieme con il concetto biblico di Pastore:
egli è colui che, da un punto di osservazione sopraelevato, guarda all’insieme, prendendosi cura
del giusto cammino e della coesione dell’insieme. In questo senso, tale designazione del compito
orienta lo sguardo anzitutto verso l’interno della comunità credente. Il Vescovo – il Pastore – è
l’uomo che si prende cura di questa comunità; colui che la conserva unita mantenendola sulla
via verso Dio, indicata secondo la fede cristiana da Gesù – e non soltanto indicata: Egli stesso
è per noi la via. Ma questa comunità della quale il Vescovo si prende cura – grande o piccola che
sia – vive nel mondo; le sue condizioni, il suo cammino, il suo esempio e la sua parola
influiscono inevitabilmente su tutto il resto della comunità umana nel suo insieme. Quanto più
grande essa è, tanto più le sue buone condizioni o il suo eventuale degrado si ripercuoteranno
sull’insieme dell’umanità. Vediamo oggi con molta chiarezza, come le condizioni delle religioni
e come la situazione della Chiesa – le sue crisi e i suoi rinnovamenti – agiscano sull’insieme
dell’umanità. Così il Papa, proprio come Pastore della sua comunità, è diventato sempre di più
anche una voce della ragione etica dell’umanità.
Qui, però, emerge subito l’obiezione, secondo cui il Papa, di fatto, non parlerebbe veramente
in base alla ragione etica, ma trarrebbe i suoi giudizi dalla fede e per questo non potrebbe
pretendere una loro validità per quanti non condividono questa fede. Dovremo ancora ritornare
su questo argomento, perché si pone qui la questione assolutamente fondamentale: Che cosa è
la ragione? Come può un’affermazione – soprattutto una norma morale – dimostrarsi
“ragionevole”? A questo punto vorrei per il momento solo brevemente rilevare che John Rawls,
pur negando a dottrine religiose comprensive il carattere della ragione “pubblica”, vede tuttavia
nella loro ragione “non pubblica” almeno una ragione che non potrebbe, nel nome di una
razionalità secolaristicamente indurita, essere semplicemente disconosciuta a coloro che la
sostengono. Egli vede un criterio di questa ragionevolezza fra l’altro nel fatto che simili dottrine
derivano da una tradizione responsabile e motivata, in cui nel corso di lunghi tempi sono state
sviluppate argomentazioni sufficientemente buone a sostegno della relativa dottrina. In questa
affermazione mi sembra importante il riconoscimento che l’esperienza e la dimostrazione nel
corso di generazioni, il fondo storico dell’umana sapienza, sono anche un segno della sua
ragionevolezza e del suo perdurante significato. Di fronte ad una ragione a-storica che cerca di
autocostruirsi soltanto in una razionalità a-storica, la sapienza dell’umanità come tale – la
sapienza delle grandi tradizioni religiose – è da valorizzare come realtà che non si può
impunemente gettare nel cestino della storia delle idee.
Ritorniamo alla domanda di partenza. Il Papa parla come rappresentante di una comunità
credente, nella quale durante i secoli della sua esistenza è maturata una determinata sapienza
della vita; parla come rappresentante di una comunità che custodisce in sé un tesoro di
conoscenza e di esperienza etiche, che risulta importante per l’intera umanità: in questo senso
parla come rappresentante di una ragione etica.
Ma ora ci si deve chiedere: E che cosa è l’università? Qual è il suo compito? È una domanda
gigantesca alla quale, ancora una volta, posso cercare di rispondere soltanto in stile quasi
telegrafico con qualche osservazione. Penso si possa dire che la vera, intima origine
dell’università stia nella brama di conoscenza che è propria dell’uomo. Egli vuol sapere che cosa
sia tutto ciò che lo circonda. Vuole verità. In questo senso si può vedere l’interrogarsi di Socrate
come l’impulso dal quale è nata l’università occidentale. Penso ad esempio – per menzionare
soltanto un testo – alla disputa con Eutifrone, che di fronte a Socrate difende la religione mitica
e la sua devozione. A ciò Socrate contrappone la domanda: “Tu credi che fra gli dei esistano
realmente una guerra vicendevole e terribili inimicizie e combattimenti … Dobbiamo, Eutifrone,
effettivamente dire che tutto ciò è vero?” (6 b – c). In questa domanda apparentemente poco
devota – che, però, in Socrate derivava da una religiosità più profonda e più pura, dalla ricerca
del Dio veramente divino – i cristiani dei primi secoli hanno riconosciuto se stessi e il loro
cammino. Hanno accolto la loro fede non in modo positivista, o come la via d’uscita da desideri
non appagati; l’hanno compresa come il dissolvimento della nebbia della religione mitologica
per far posto alla scoperta di quel Dio che è Ragione creatrice e al contempo Ragione-Amore.
Per questo, l’interrogarsi della ragione sul Dio più grande come anche sulla vera natura e sul
vero senso dell’essere umano era per loro non una forma problematica di mancanza di religiosità,
ma faceva parte dell’essenza del loro modo di essere religiosi. Non avevano bisogno, quindi, di
sciogliere o accantonare l’interrogarsi socratico, ma potevano, anzi, dovevano accoglierlo e
riconoscere come parte della propria identità la ricerca faticosa della ragione per raggiungere la
conoscenza della verità intera. Poteva, anzi doveva così, nell’ambito della fede cristiana, nel
mondo cristiano, nascere l’università.
È necessario fare un ulteriore passo. L’uomo vuole conoscere – vuole verità. Verità è
innanzitutto una cosa del vedere, del comprendere, della theoría, come la chiama la tradizione
greca. Ma la verità non è mai soltanto teorica. Agostino, nel porre una correlazione tra le
Beatitudini del Discorso della Montagna e i doni dello Spirito menzionati in Isaia 11, ha
affermato una reciprocità tra “scientia” e “tristitia”: il semplice sapere, dice, rende tristi. E di
fatto – chi vede e apprende soltanto tutto ciò che avviene nel mondo, finisce per diventare triste.
Ma verità significa di più che sapere: la conoscenza della verità ha come scopo la conoscenza
del bene. Questo è anche il senso dell’interrogarsi socratico: Qual è quel bene che ci rende veri?
La verità ci rende buoni, e la bontà è vera: è questo l’ottimismo che vive nella fede cristiana,
perché ad essa è stata concessa la visione del Logos, della Ragione creatrice che, nell’incarnazione
di Dio, si è rivelata insieme come il Bene, come la Bontà stessa.
Nella teologia medievale c’è stata una disputa approfondita sul rapporto tra teoria e prassi,
sulla giusta relazione tra conoscere ed agire – una disputa che qui non dobbiamo sviluppare. Di
fatto l’università medievale con le sue quattro Facoltà presenta questa correlazione. Cominciamo
con la Facoltà che, secondo la comprensione di allora, era la quarta, quella di medicina. Anche
se era considerata più come “arte” che non come scienza, tuttavia, il suo inserimento nel cosmo
dell’universitas significava chiaramente che era collocata nell’ambito della razionalità, che l’arte
del guarire stava sotto la guida della ragione e veniva sottratta all’ambito della magia. Guarire
è un compito che richiede sempre più della semplice ragione, ma proprio per questo ha bisogno
della connessione tra sapere e potere, ha bisogno di appartenere alla sfera della ratio.
Inevitabilmente appare la questione della relazione tra prassi e teoria, tra conoscenza ed agire
nella Facoltà di giurisprudenza. Si tratta del dare giusta forma alla libertà umana che è sempre
libertà nella comunione reciproca: il diritto è il presupposto della libertà, non il suo antagonista.
Ma qui emerge subito la domanda: Come s’individuano i criteri di giustizia che rendono
possibile una libertà vissuta insieme e servono all’essere buono dell’uomo? A questo punto
s’impone un salto nel presente: è la questione del come possa essere trovata una normativa
giuridica che costituisca un ordinamento della libertà, della dignità umana e dei diritti dell’uomo.
È la questione che ci occupa oggi nei processi democratici di formazione dell’opinione e che al
contempo ci angustia come questione per il futuro dell’umanità. Jürgen Habermas esprime, a mio
parere, un vasto consenso del pensiero attuale, quando dice che la legittimità di una carta
costituzionale, quale presupposto della legalità, deriverebbe da due fonti: dalla partecipazione
politica egualitaria di tutti i cittadini e dalla forma ragionevole in cui i contrasti politici vengono
risolti. Riguardo a questa “forma ragionevole” egli annota che essa non può essere solo una lotta
per maggioranze aritmetiche, ma che deve caratterizzarsi come un “processo di argomentazione
sensibile alla verità” (wahrheitssensibles Argumentationsverfahren). È detto bene, ma è cosa
molto difficile da trasformare in una prassi politica. I rappresentanti di quel pubblico “processo
di argomentazione” sono – lo sappiamo – prevalentemente i partiti come responsabili della
formazione della volontà politica. Di fatto, essi avranno immancabilmente di mira soprattutto
il conseguimento di maggioranze e con ciò baderanno quasi inevitabilmente ad interessi che
promettono di soddisfare; tali interessi però sono spesso particolari e non servono veramente
all’insieme. La sensibilità per la verità sempre di nuovo viene sopraffatta dalla sensibilità per gli
interessi. Io trovo significativo il fatto che Habermas parli della sensibilità per la verità come di
elemento necessario nel processo di argomentazione politica, reinserendo così il concetto di
verità nel dibattito filosofico ed in quello politico.
Ma allora diventa inevitabile la domanda di Pilato: Che cos’è la verità? E come la si
riconosce? Se per questo si rimanda alla “ragione pubblica”, come fa Rawls, segue necessariamente
ancora la domanda: Che cosa è ragionevole? Come una ragione si dimostra ragione vera?
In ogni caso, si rende in base a ciò evidente che, nella ricerca del diritto della libertà, della verità
della giusta convivenza devono essere ascoltate istanze diverse rispetto a partiti e gruppi
d’interesse, senza con ciò voler minimamente contestare la loro importanza. Torniamo così alla
struttura dell’università medievale. Accanto a quella di giurisprudenza c’erano le Facoltà di
filosofia e di teologia, a cui era affidata la ricerca sull’essere uomo nella sua totalità e con ciò
il compito di tener desta la sensibilità per la verità. Si potrebbe dire addirittura che questo è il
senso permanente e vero di ambedue le Facoltà: essere custodi della sensibilità per la verità, non
permettere che l’uomo sia distolto dalla ricerca della verità. Ma come possono esse corrispondere
a questo compito? Questa è una domanda per la quale bisogna sempre di nuovo affaticarsi e che
non è mai posta e risolta definitivamente. Così, a questo punto, neppure io posso offrire
propriamente una risposta, ma piuttosto un invito a restare in cammino con questa domanda –
in cammino con i grandi che lungo tutta la storia hanno lottato e cercato, con le loro risposte e
con la loro inquietudine per la verità, che rimanda continuamente al di là di ogni singola risposta.
Teologia e filosofia formano in ciò una peculiare coppia di gemelli, nella quale nessuna delle
due può essere distaccata totalmente dall’altra e, tuttavia, ciascuna deve conservare il proprio
compito e la propria identità. È merito storico di san Tommaso d’Aquino – di fronte alla
differente risposta dei Padri a causa del loro contesto storico – di aver messo in luce l’autonomia
della filosofia e con essa il diritto e la responsabilità propri della ragione che s’interroga in base
alle sue forze. Differenziandosi dalle filosofie neoplatoniche, in cui religione e filosofia erano
inseparabilmente intrecciate, i Padri avevano presentato la fede cristiana come la vera filosofia,
sottolineando anche che questa fede corrisponde alle esigenze della ragione in ricerca della
verità; che la fede è il “sì” alla verità, rispetto alle religioni mitiche diventate semplice
consuetudine. Ma poi, al momento della nascita dell’università, in Occidente non esistevano più
quelle religioni, ma solo il cristianesimo, e così bisognava sottolineare in modo nuovo la
responsabilità propria della ragione, che non viene assorbita dalla fede. Tommaso si trovò ad
agire in un momento privilegiato: per la prima volta gli scritti filosofici di Aristotele erano
accessibili nella loro integralità; erano presenti le filosofie ebraiche ed arabe, come specifiche
appropriazioni e prosecuzioni della filosofia greca. Così il cristianesimo, in un nuovo dialogo
con la ragione degli altri, che veniva incontrando, dovette lottare per la propria ragionevolezza.
La Facoltà di filosofia che, come cosiddetta “Facoltà degli artisti”, fino a quel momento era stata
solo propedeutica alla teologia, divenne ora una Facoltà vera e propria, un partner autonomo
della teologia e della fede in questa riflessa. Non possiamo qui soffermarci sull’avvincente
confronto che ne derivò. Io direi che l’idea di san Tommaso circa il rapporto tra filosofia e
teologia potrebbe essere espressa nella formula trovata dal Concilio di Calcedonia per la
cristologia: filosofia e teologia devono rapportarsi tra loro “senza confusione e senza
separazione”. “Senza confusione” vuol dire che ognuna delle due deve conservare la propria
identità. La filosofia deve rimanere veramente una ricerca della ragione nella propria libertà e
nella propria responsabilità; deve vedere i suoi limiti e proprio così anche la sua grandezza e
vastità. La teologia deve continuare ad attingere ad un tesoro di conoscenza che non ha inventato
essa stessa, che sempre la supera e che, non essendo mai totalmente esauribile mediante la
riflessione, proprio per questo avvia sempre di nuovo il pensiero. Insieme al “senza confusione”
vige anche il “senza separazione”: la filosofia non ricomincia ogni volta dal punto zero del
soggetto pensante in modo isolato, ma sta nel grande dialogo della sapienza storica, che essa
criticamente e insieme docilmente sempre di nuovo accoglie e sviluppa; ma non deve neppure
chiudersi davanti a ciò che le religioni ed in particolare la fede cristiana hanno ricevuto e donato
all’umanità come indicazione del cammino. Varie cose dette da teologi nel corso della storia o
anche tradotte nella pratica dalle autorità ecclesiali, sono state dimostrate false dalla storia e oggi
ci confondono. Ma allo stesso tempo è vero che la storia dei santi, la storia dell’umanesimo
cresciuto sulla basa della fede cristiana dimostra la verità di questa fede nel suo nucleo
essenziale, rendendola con ciò anche un’istanza per la ragione pubblica. Certo, molto di ciò che
dicono la teologia e la fede può essere fatto proprio soltanto all’interno della fede e quindi non
può presentarsi come esigenza per coloro ai quali questa fede rimane inaccessibile. È vero, però,
al contempo che il messaggio della fede cristiana non è mai soltanto una “comprehensive
religious doctrine” nel senso di Rawls, ma una forza purificatrice per la ragione stessa, che aiuta
ad essere più se stessa. Il messaggio cristiano, in base alla sua origine, dovrebbe essere sempre
un incoraggiamento verso la verità e così una forza contro la pressione del potere e degli
interessi.
Ebbene, finora ho solo parlato dell’università medievale, cercando tuttavia di lasciar
trasparire la natura permanente dell’università e del suo compito. Nei tempi moderni si sono
dischiuse nuove dimensioni del sapere, che nell’università sono valorizzate soprattutto in due
grandi ambiti: innanzitutto nelle scienze naturali, che si sono sviluppate sulla base della
connessione di sperimentazione e di presupposta razionalità della materia; in secondo luogo,
nelle scienze storiche e umanistiche, in cui l’uomo, scrutando lo specchio della sua storia e
chiarendo le dimensioni della sua natura, cerca di comprendere meglio se stesso. In questo
sviluppo si è aperta all’umanità non solo una misura immensa di sapere e di potere; sono
cresciuti anche la conoscenza e il riconoscimento dei diritti e della dignità dell’uomo, e di questo
possiamo solo essere grati. Ma il cammino dell’uomo non può mai dirsi completato e il pericolo
della caduta nella disumanità non è mai semplicemente scongiurato: come lo vediamo nel
panorama della storia attuale! Il pericolo del mondo occidentale – per parlare solo di questo –
è oggi che l’uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda
davanti alla questione della verità. E ciò significa allo stesso tempo che la ragione, alla fine, si
piega davanti alla pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità, costretta a riconoscerla
come criterio ultimo. Detto dal punto di vista della struttura dell’università: esiste il pericolo che
la filosofia, non sentendosi più capace del suo vero compito, si degradi in positivismo; che la
teologia col suo messaggio rivolto alla ragione, venga confinata nella sfera privata di un gruppo
più o meno grande. Se però la ragione – sollecita della sua presunta purezza – diventa sorda al
grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero
le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita. Perde il coraggio per la verità e
così non diventa più grande, ma più piccola. Applicato alla nostra cultura europea ciò significa:
se essa vuole solo autocostruirsi in base al cerchio delle proprie argomentazioni e a ciò che al
momento la convince e – preoccupata della sua laicità – si distacca dalle radici delle quali vive,
allora non diventa più ragionevole e più pura, ma si scompone e si frantuma.
Con ciò ritorno al punto di partenza. Che cosa ha da fare o da dire il Papa nell’università?
Sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo
donata in libertà. Al di là del suo ministero di Pastore nella Chiesa e in base alla natura intrinseca
di questo ministero pastorale è suo compito mantenere desta la sensibilità per la verità; invitare
sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio e, su questo
cammino, sollecitarla a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire
così Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro.

Wednesday, January 09, 2008

Spazio Letterario: Mille Splendidi Soli


«Mariam aveva cinque anni la prima volta che sentì la parola harami»

Questo è l'incipit del libro Mille Splendidi Soli.

Mille splendidi soli è il secondo romando dello scrittore americano di origine afgana Khaled Hosseini. Il titolo originale dell'opera è A Thousand Splendid Suns.

«Distesa sul divano, con le mani tra le ginocchia, Mariam fissava i mulinelli di neve che turbinavano fuori dalla finestra. Una volta Nana le aveva detto che ogni fiocco di neve era il sospiro di una donna infelice da qualche parte del mondo. Che tutti i sospiri che si alzavano al cielo si raccoglievano a formare le nubi, e poi si spezzavano in minuti frantumi, cadendo silenziosamente sulla gente.
"A ricordo di come soffrono le donne come noi" aveva detto. "Di come sopportiamo in silenzio ciò che ci cade addosso."
»
(Capitolo 13)

ANALISI DEI PERSONAGGI

Mariam - Nata nel 1959, ha quindici anni quando la storia si apre. è la protagonista del libro, insieme a Laila, e indiscussa eroina della vicenda.

Nana - Madre di Mariam. Era una serva nella casa di Jalil dove ebbe una relazione con lui. Egli le costruì una kolba (baracca) dove vivere e crescere Mariam isolate dal resto della città, perchè il diffondersi della notizia della sua relazione, non avrebbero giovato alla stima di cui godeva presso Herat.

Il Mullah Faizullah - Amico e vecchio insegnante del Corano di Mariam.

Jalil - Padre di Mariam, un uomo benestante che ha tre mogli quando ha una relazione con Nana. Ha combinato il matrimonio tra Mariam e Rashid, ma successivamente si pente di averla cacciata ed esclusa dalla sua vita.

Laila - Nata nel 1978, è una giovane e bella ragazza educata in una famiglia di una classe sociale elevata e aperta all'innovazione. La sua vita si unisce con quella di Mariam quando è costretta a sposare Rashid, marito della donna.

Rashid - Figura negativa della storia. Fa il calzolaio a Kabul e sposa Mariam in seguito ad un contratto con suo padre e più tardi sposa Laila dopo averla ospitata nella sua casa.

Tariq - Ragazzo che cresce a Kabul con Laila. Sono migliori amici e segretamente amanti. Egli ha perso una gamba in seguito ad un incidente su una mina antiuomo.

Aziza - Figlia di Laila e Tariq, concepita quando Laila aveva 14 anni. È il fattore che obbliga la donna al matrimonio con Rashid, dopo la partenza del padre legittimo.

Zalmai - Figlio di Laila e Rashid, molto affezionato a suo padre.

«Non si possono contare le lune che brillano sui suoi tetti, né i mille i mille splendidi soli che si nascondono dietro i suoi muri»
(Capitolo 50)

TRAMA

Questo libro è ambientato prima nei pressi di Herat e poi a Kabul. Narra della storia di due donne, della loro vita durante i vari conflitti che negli anni si sono susseguiti in Afghanistan fino ad oggi. Narra la storia (inventata) di Mariam, una harami ("bastarda" essendo figlia illegittima del padre Jalil e della sua serva Nana) nata a Herat nel 1959 — nella Parte Prima — e di Laila, una ragazza di Kabul nata nel 1978 in una famiglia urbana e colta della capitale — nella Parte Seconda — precocemente innamorata di Tariq, che ha perso una gamba su una mina, fino alla distruzione della sua famiglia, del loro incontro — nella Parte Terza — prima ostico, poi di fortissima soliderietà, tutte due diventate spose del calzolaio Rashid, fino alla condanna a morte di Mariam a causa dell'omicidio del coniuge, — nella Parte Quarta — della nuova vita di Laila e Tariq a Murri (in Pakistan) poi del loro ritorno in Afghanistan

Il libro è dedicato a Haris e Farah e alle donne dell'Afghanistan.

AUTORE

Khaled Hosseini (Kabul, 4 marzo 1965) è uno scrittore e medico afghano. Dal 1980 vive negli Stati Uniti ed è l'autore del libro campione di vendite, Il cacciatore di aquiloni, edizioni Piemme (2004). Ha recentemente pubblicato il suo nuovo libro intitolato Mille splendidi soli.

Biografia

Hosseini è nato a Kabul, in Afghanistan. Suo padre era un diplomatico in servizio presso il Ministero degli Esteri afghano e sua madre insegnava persiano e storia in un liceo femminile di Kabul. Nel 1970 il Ministero degli Esteri mandò la sua famiglia a Teheran, in Iran, dove il padre lavorò presso l'ambasciata dell'Afghanistan. Nel 1973 tornarono a Kabul. Nel luglio 1973, nella stessa notte in cui nacque il fratello più piccolo di Hosseini, il re afghano, Zahir Shah, fu spodestato in un colpo di stato dal cugino del re, Mohammed Daoud Khan.

Nel 1976 il Ministero trasferì ancora una volta la famiglia Hosseini, questa volta a Parigi. Nel 1980 sarebbero dovuti tornare a Kabul, ma nel frattempo (1979) in Afghanistan il potere era nelle mani di un'amministrazione filo-comunista, appoggiata dall'Armata Rossa. Temendo l'impatto della guerra sovietica in Afghanistan, la famiglia Hosseini chiese e ottenne l'asilo politico negli Stati Uniti e, nel settembre 1980, si trasferirono a San Jose, in California. Dato che avevano lasciato tutte le loro proprietà in Afghanistan, per un breve periodo vissero di sussidi statali, fino a che il padre riuscì a risollevare le sorti della famiglia intraprendendo numerosi lavori.

Influenze

Da bambino, Hosseini lesse molta letteratura persiana, insieme a traduzioni di romanzi occidentali. I ricordi di Hosseini del pacifico periodo pre-Sovietico dell'Afghanistan, come le sue esperienze con gli hazara afghani, lo hanno portato a scrivere il suo primo romanzo, Il cacciatore di Aquiloni. Un hazara, Hossein Khan, aveva lavorato per la famiglia dello scrittore quando vivevano in Iran. Quando era in terza elementare Hosseini gli insegnò a leggere e scrivere. Nonostante la sua relazione con Hossein Khan fosse stata breve e piuttosto formale, i ricordi che lasciò ad Hosseini gli furono di ispirazione per la descrizione del rapporto tra Hassan e Amir. Mille splendidi soli è il suo secondo libro. Dreamworks, la casa di produzione di Steven Spielberg, ha acquistato i diritti di entrambi i romanzi per trarne dei film.

Approfondimenti:

Sito ufficiale di Khaled Hosseini